Paolo Borgognone, il più giovane relatore del festival Passepartout, si dimostra all'altezza della situazione
Venerdì, 13 Giugno 2014 «ATNews Quotidiano Online di Asti e del Monferrato»
E’ “partito “in quarta l’astigiano Paolo Borgognone, nell’incontro pomeridiano di giovedì 12 giugno proponendo tesi non semplici da dimostrare.
Ha iniziato parlando della
ridefinizione dell’immaginario collettivo, non solo in Occidente, su linee
ideologiche ultraliberali. La costruzione dell’homo globalis come estrema
involuzione individualistico-neoborghese e consumistico-libertaria del pubblico
occidentale.
L’“uomo globale”, l’indistinto “cittadino del mondo” è la trasposizione
sociale, il frutto avvelenato se così si può dire, del “cambio di fase” del
capitalismo, da una dimensione antitetico-dialettica (dicotomia
borghesia/proletariato) ad una speculativo-assoluta e di mercificazione totale
(postborghese e postproletaria). Un capitalismo privo di classi sociali e dove
i ceti subalterni hanno assunto i connotati ideologici, la forma mentis, di una
nuova ed illimitata borghesia cosmopolita e giovanilistica, non definibile
pertanto su livelli unicamente sociologici (la borghesia intesa come classe
sociale) o economici (la borghesia intesa come ceto benestante che sta “nel
mezzo” della famosa piramide sociale) bensì come soggetto politico ed attore
sociale individuabile secondo criteri di riferimento prettamente ideologici (le
velleità di far parte della “nuova classe media globale”).
Attorno allo stereotipo dell’homo globalis, il “consumatore desiderante senza
frontiere”, si articola la tripartizione funzionale delle classi sociali del
nostro tempo:
- una Nuova Classe Globale Finanziarizzata ai vertici della piramide sociale (i
bellatores) del nostro tempo;
- una Nuova Classe Media Globale o “circo mediatico”, pretoriana o guardia
bianca della prima, nel mezzo (gli oratores del nostro tempo);
- una indistinta “moltitudine desiderante” (di ottenere l’accesso al ceto
sociale superiore) completamente uniformata alla cultura televisiva dominante,
alla base.
L’homo globalis è l’attore sociale del processo di virtualizzazione dei
rapporti politici, di classe e relazionali. L’homo globalis è portatore di una
cultura di riferimento prettamente televisivo commerciale (homo videns) ed
utilizza la rete quale strumento di mediazione al fine di ottenere l’accesso al
“circo mediatico”, alla società dello spettacolo, dell’immagine, del
protagonismo del proprio ego narcisistico.
Tra la fase finale del XIX secolo ed la fine degli anni Settanta del XX
l’accesso alla società dei produttori si otteneva, da parte dell’attore sociale
del tempo (l’homo oeconomicus) attraverso strumenti d’integrazione di massa
quali erano i partiti, i sindacati, ecc.
Oggi che la società non è più di produttori ma di consumatori si ottiene
l’approvazione sociale attraverso il protagonismo di se stessi nell’ambito di
un modello di relazioni politiche e sociali dettato dalla pubblicità.
La tv commerciale fu, tra gli anni Ottanta del secolo XX e l’avvento della
società dell’internet, l’intermezzo mediatico attraverso cui modellare, con
l’entusiastica adesione dei “modellati”, al processo di omologazione alla
cultura della visibilità mass-mediatica, la sostanziale maggioranza dei
cittadini-consumatori occidentali.
E’ ovvio che laddove si è stabilita una nuova struttura di classe centrata su
soggetti sociali perfettamente interni ad una dinamica di mediatizzazione
totalitaria in chiave consumistica ed atlantista dei riferimenti culturali,
politici e d’integrazione delle masse perfettamente addomesticate ai processi
di globalizzazione, i media possono spacciare qualunque narrazione
(storytelling) per analisi.
L’economia è stata trasformata in finanza globale, il cittadino
produttore/lavoratore in consumatore massificato postborghese e postproletario
intento in un’ulteriore involuzione in senso virtuale dei propri orizzonti
politici, sociali e relazionali, l’informazione in comunicazione, in
spettacolarizzazione della notizia a fini commerciali.
Perché allora ci stupiamo se TUTTO il “circo mediatico” italiota parla di
«aggressione» ed «invasione» della Crimea da parte della Russia e la knowledge
class, sostanzialmente ci crede o fa bellamente finta di farlo?
E’ la naturale conseguenza di almeno 35 anni (ma già in parecchi elementi del
movimento del Sessantotto se ne scorgevano i germi nocivi) di politiche
culturali tese alla destrutturazione del soggetto kantiano, cartesiano,
gaulliano... Non bisognava rovesciare de Gaulle in nome dell’“immaginazione al
potere”? Non bisognava distruggere ogni forma di opposizione culturale (la
coscienza infelice borghese...), politica e spirituale all’avvento di una
società cosmopolita unificata e senza classi? Non diceva questo, quarantacinque
anni fa, il leader dei sessantottini francesi Daniel Cohn-Bendit? E non dice,
oggi, Cohn-Bendit, che occorre rovesciare Putin (e tutti i nemici dell’impero
liberaldemocratico Usa) in nome dell’estensione illimitata del “sogno europeo”,
ossia del “sogno americano” di una post-società (le moltitudini globalizzate ed
individualizzate) mondiale senza classi, senza Stati, senza nazioni, senza
religioni (in senso spirituale e non bigotto del termine) che non siano quelle
del divertimento consumistico senza limiti e senza confini e della
destrutturazione di ogni rigidità (statale, nazionale, spirituale, militare, di
solidarismo o pianificazione economica e così via)?
La guerra culturale in corso è dunque tra un Occidente liberal-totalitario dove
il “circo mediatico” è il nuovo clero e gli oppositori della globalizzazione
(Stati, nazioni, popoli ancora per così dire, borghesi primitivi o comunque non
pienamente addomesticati ai processi di ridefinizione delle classi sociali in
senso di un primato ideologico e politico neo-borghese come sopra illustrato).
Costanzo Preve, filosofo torinese di fama internazionale recentemente
scomparso, suddivise il “nuovo clero” in due ramificazioni tra esse distinte:
- clero regolare (i detentori del sapere universitario scientifico, i
professori liberal unificati al dogma di Francis Fukuyama della fine della
Storia e dell’estensione della democrazia di libero mercato in ogni angolo del
mondo);
- clero secolare (i controllori e gli operatori dei media generalisti, a mezzo
tv e stampa, ossia i diffusori presso il volgo del mantra “non c’è alternativa”
all’Occidente, alla Nato, all’economia di mercato, al dileguare di ogni forma
di socialità e di “economia morale”, all’estinzione dell’idea stessa di
comunità, politica, economica o nazionale).
Nell’ambito di questo quadro d’insieme, Borgognone è andato a descrivere alcuni
passaggi relativi al più eclatante caso di manipolazione della percezione,
presso l’opinione pubblica, di abusate tematiche lessicali quali “rivoluzione”,
“dittatura”, “guerra”, “invasione” ed “annessione” tutt’ora in corso, ossia il
caso ucraino del dicembre 2013-giugno 2014.
La Russia (insieme alla Siria, all’Iran ed a qualche Stato latinoamericano
disobbediente al padrone a stelle e strisce) è infatti il bad boy da punire,
non in quanto significante un manifesto caso d’insubordinazione geopolitica
(Putin non è Chavez o Fidel Castro, è chiaro...) bensì perché (per molti versi,
insieme alla Repubblica popolare cinese), con la sua stessa esistenza come
Stato nazionale retto da una leadership nazional-globalista e non
liberal-globalista, con una prospettiva geopolitica euroasiatica, pone in
discussione, in quanto new global palyer, il dominio transatlantico a livello
mondiale.
Alla diretta del dopo-festival Paolo Borgognone ha ricevuto i complimenti del
pubblico.